Chi visita per la prima volta la basilica di S. Biagio in Finalborgo
e ne ammira con occhio attento lo scenario esterno ed interno che all'osservatore
essa prospetta, rimane quasi affascinato dal suo insieme armonico di opere e di stili.
Il fascino è accompagnato da un'emozione incomparabilmente più intensa
di quella che può suscitare l'esame o lo studio di un qualsiasi scritto o raffigurazione,
perché la partecipazione dal vivo all'armonia dello spettacolo genera commozioni
che toccano le intime fibre dell'animo; l'iniziale stupore si trasforma poi nella curiosità
di conoscere i perché di quella rappresentazione, i motivi dell'origine di tanto incanto.
Proposito dello scritto è stato quello di indagare sugli aspetti storici
ed architettonici delle opere, ma soprattutto simbolici, convinti che la precipua funzione
del simbolismo è quella di esprimere la visione spirituale, fantastica
ed immaginativa del momento creativo.
L'accento che si è posto sull'iconologia sta anche ad indicare l'obbligo degli osservatori
di riflettere sulla civiltà spirituale e culturale ricevuta, che noi moderni rischiamo
di perdere se non sappiamo più reinterpretarla ed apprezzarla, nonché di riscoprire
la dimensione ed il valore del messaggio che, attraverso le loro opere, gli artisti hanno voluto inviarci.
La fabbrica, iniziata circa nel dicembre del 1634, su progetto dell'architetto Andrea Storace di Finale
(morto nel 1650), modificando in modo totale una preesistente chiesa medioevale, è stata terminata nell'ottobre del 1659 ed è stata consacrata nel dicembre del 1659.
Le sue dimensioni interne, non considerando i muri spessi novanta centimetri,
sono di cinquanta metri di lunghezza per ventiquattro metri e sessanta centimetri di larghezza,
con la navata centrale larga nove metri circa e quelle laterali larghe sette metri circa.
La preesistente chiesa (le cui misure erano di trentadue metri e
cinquanta centimetri di lunghezza per ventun metri di larghezza, con l'entrata principale
rivolta verso l'attuale piazza della Sacrestia) era orientata verso la Terra Santa, era a tre navate
con delle colonne e coperta con un tetto ligneo, iniziata nel 1372, terminata nel 1375
e demolita nel dicembre de1 1653.
Di essa non esiste alcun resto visibile, se non la parte absidale ottagonale accanto alla torre campanaria,
quest'ultima in origine quasi sicuramente a forma quadrata.
Durante lo scorrere degli anni dovette subire molte vicissitudini sia di carattere prettamente religioso,
per i contrasti con il vicino convento domenicano di S. Caterina e per i problemi venutisi a
verificare con la presenza di un'assemblea luterana con a capo il pastore Antonio Benedetto Plagia,
sia di carattere secolare per tutta quella serie di guerre e rivolte popolari della seconda metà del XVI°,
culminate con lo spoglio e l'uso della chiesa come ricovero dei soldati nelle vicende belliche di quel periodo.
L'attuale chiesa è un esempio di un genere di architettura barocca non portato all'esasperazione
di certi barocchismi che presenta insieme caratteristiche di sfarzo e di leggerezza, di godibilità e di lievità.
Ha tre navate divise da grandi pilastri in muratura rivestiti di marmo.
La fabbrica di questa chiesa è qui orientata verso i quattro punti cardinali magnetici,
con l'entrata rivolta verso nord, che richiama il simbolo del luogo di sventura
e ove ha origine il vento devastatore.
Infatti il profeta Geremia a tal proposito così scrive: "...dal settentrione la disgrazia si spanderà
su tutti gli abitanti del paese...(1, 13 - 16) il distruttore viene da settentrione...(46, 20);
naturalmente la devastazione annunciata è di carattere simbolico, in quanto il Dio di Geremia si pronuncia
contro i regni del nord da cui vengono malizia ed idolatria.
Il visitatore che si pone al centro della chiesa, rimane colpito dalla grandiosità dell'ambiente e dalla dovizia
delle decorazioni e delle opere d'arte.
Se poi egli ha la buona sorte di ritrovarsi nella chiesa in un giorno soleggiato, può godere di una vera
e propria esplosione di luci, di colori, di magnifiche vedute di quadri, di pitture, di composizioni e di forme.
Questo in contrasto con quanto avviene nelle giornate grigie che attenuano
la piena partecipazione alla bellezza dello scenario.
Non giova a questo scopo neanche l'attivazione dell'impianto elettrico,
che risente dei criteri di sobrietà d'illuminazione dei tempi antichi.
La facciata esterna della chiesa in pietra grezza è rimasta incompiuta;
in ultimo ricordiamo che il tetto è stato rifatto e terminato il 17 ottobre 1720.
Come è noto nei primi tempi i cristiani, si raccoglievano in comune per celebrare gli offizi e di regola
i luoghi usati erano le case private o le catacombe, per poter sfuggire alle persecuzioni.
Con l'editto di Costantino in favore dei cristiani, si eressero delle pubbliche chiese la cui forma ricordava
quella delle catacombe: di forma quadrangolare lunga, con la consuetudine di porre
l'unico altare maggiore di fronte all'entrata, di disegnare sulle pareti e di erigere delle cappelle laterali,
per ricordare le cripte ove avvenivano le sepolture.
A questi criteri si è attenuto l'architetto della fabbrica di S. Biagio, come nella maggior parte delle chiese
cattoliche occidentali. Essa ha la forma della croce latina - croce ad una traversa - e richiama la croce del Vangelo:
i suoi quattro rami simboleggiano i quattro elementi che si sono corrotti nella natura umana e
l'insieme dell'umanità protesa verso il Cristo dalle quattro parti del mondo.
L'iconografia cristiana concepisce la croce come espressione del supplizio del Messia, della Sua presenza,
del Crocefisso, del Verbo e della seconda persona della Trinità e s'identifica nella Sua storia umana,
cioè nella Sua persona; richiama alla memoria dei fedeli le rinunce fatte nel battesimo e come
dobbiamo gloriarci in quel segno di redenzione, unica ancora di salvezza.
Nell'iconografia cristiana si distinguono quattro tipi principali di croci: la croce senza cima
(chiamata tau che simboleggia il serpente conficcato ad un piolo, la morte vinta per mezzo del sacrificio,
e rivestita di un senso misterioso); quella con la cima ed un braccio trasversale
(simboleggia il Vangelo ed è considerata realistica, in quanto richiama le dimensioni dell'uomo);
quella con la cima e due bracci trasversali (simboleggia, nella traversa superiore, l'iscrizione di Pilato I.N.R.I.,
mentre quella inferiore le braccia del Cristo); quella con la cima e tre bracci trasversali
(simboleggia la gerarchia ecclesiastica corrispondente alla tiara papale, al cappello cardinalizio ed alla mitra episcopale).
La croce, quando posta su un basamento, rappresenta la fede edificata su profonde fondamenta;
la cima superiore rappresenta la speranza che sale verso il cielo mentre la larghezza della traversa
rappresenta la carità che si estende anche verso i nemici.
Nel simbolismo medioevale la croce ha sempre rappresentato, insieme al quadrato, la terra nelle sue
manifestazioni intermedie, dinamiche e sottili.
Infatti la croce è la terza delle quattro figure fondamentali insieme al centro, al cerchio ed al quadrato.
L'intersezione dei suoi bracci segna il suo potere centripeto, ma anche quello centrifugo.
La croce rappresenta, intersecando di volta in volta le sue rette,
il centro che si apre sull'esterno ed è presa come base per tutti i simboli dell'orientamento
nei diversi livelli dell'esistenza dell'uomo; è l'unione permanente dell'universo,
comunicazione tra cielo e terra in ambo i sensi, rappresentando, ordinando,
delimitando e misurando gli spazi sacri o le città.
Secondo molti studiosi ecclesiastici la forma di nave data alle navate della chiesa
ricorda ai fedeli che essa è il loro rifugio, rapportandola a quella di Noè.
La cupola rappresenta e simboleggia la volta celeste e rappresenta l'immagine del mondo,
se osservata come l'insieme costruttivo dell'edificio. Essa è di regola associata e sorretta
da quattro pilastri o da una struttura a forma quadrata: richiama allora il simbolismo nel quale
si afferma che il cielo (o cupola) copre e la terra (o quadrato) sostiene.
Per quanto riguarda la forma ottagonale della stessa possiamo rimandare allo stesso simbolismo
che abbiamo potuto scoprire nella fabbrica del campanile adiacente.
I finestroni convogliano nella chiesa un flusso di luce che rallegra non solo l'ambiente,
ma anche lo spirito degli astanti, resi disponibili a percepire la luce come dono del cielo,
illuminazione spirituale, connessione con il trascendente.
La disposizione delle aperture, non certamente fatta a caso, ha l'intento di rischiarare adeguatamente
la chiesa, ma anche - e soprattutto - il compito di concentrare la luce sul presbiterio,
centro delle funzioni liturgiche e dell'attenzione dei fedeli. L'assetto delle aperture è così congegnato:
-nella facciata, i finestroni - collocati su due diversi piani di altezza - sone tre, di cui due -
di forma rettangolare e composti di vetrate quadrate, sovrapposti alle porte di accesso alle navate laterali
- hanno lo scopo di illuminare le navate medesime; il terzo - a forma di rettangolo sormontato da un arco
a tutto sesto e composto da otto vetrate sostenute da una struttura centrale di ferro
(il cui centro richiama la forma della croce), situato nel centro del frontone
- ha la mansione di rischiarare la zona della navata centrale prossima all'entrata principale;
-nella navata centrale, tre grandi finestroni di forma rettangolare in ciascuna delle due pareti danno
alla navata ed a tutto l'ambiente sovrabbondanza di splendore e di colore;
-nel transetto, due finestroni, uno per lato, di forma rettangolare, assicurano luce al transetto,
al presbiterio ed alla navata centrale;
-nel presbiterio, quattro finestroni - due di forma rettangolare, disposti nella parte inferiore e
due di forma quadrata ad un livello superiore - illuminano copiosamente tutta la zona presbiteriale ed il coro;
-nella cupola, sono ben otto i finestroni - a forma di quadrato sormontato da un semicerchio,
disposti in ciascuno dei lati che compongono l'ottagono della cupola stessa
- a spargere luce sia alla cupola, sia a tutto il presbiterio.
Il semicerchio, che completa i finestroni del frontone e del transetto, spezza il ritmo della linea
o del livello dei finestroni stessi e con il cambiamento dovuto al passaggio dalla linearità alla circolarità,
rappresenta l'aspirazione ad una vita e ad un mondo superiore.
Il semicerchio richiama l'idea di movimento, l'immagine di un rapporto diretto tra il trascendentale,
cui aspira l'uomo, e la terra, su cui egli vive in quel momento, il rapporto tra l'imperfetto
ed il perfetto ed il rapporto tra il celeste ed il terreno.
La struttura interna dei finestroni, che è in ferro e fa da sostegno alle singole vetrate,
ricorda la forma della croce (con il suo relativo significato simbolico) ed è scomponibile nei tre numeri
perfetti dell'uomo: uno, due e tre (rispettivamente la testa, le braccia e il corpo).
Il disegno complessivo dei dieci vetri delle finestre nel transetto è composto da due colonne a tortiglione,
con una base ed un capitello, che sorreggono un arco, con all'interno delle stesse una scacchiera
di quadrati posti a taglio e distanziati da altrettanti quadrati più piccoli, messi nella stessa posizione.
Le colonne rappresentano il rapporto tra il cielo e la terra, sono il simbolo dei supporti della conoscenza,
indicano e segnano il passaggio da un mondo all'altro, sono l'asse delle costruzioni e collegano
i diversi livelli, garantendone la solidità.
I finestroni della navata centrale invece sono composti internamente da sei vetri ed insieme formano
una figura rettangolare, formata a sua volta da tanti singoli quadrati
(distanziati da altrettanti quadrati più piccoli), con un motivo a rettangoli sull'esterno
(con al centro due rose a quattro petali); nei quattro angoli di detto finestrone vi sono
raffigurate quattro rose a otto petali, entro dei quadrati.
I finestroni della cupola sono composti di quattro vetrate quadrate; il numero quattro qui rappresentato
richiama i quattro Evangelisti e la forma quadrata indica la ricettività.
Il pavimento della chiesa ha la forma di bande serpeggianti formate da tanti trapezi
di marmo a forma di isoscele, incastonati tra loro alternativamente in bande di colore bianco e nero;
questo motivo è interrotto nel centro della navata centrale ove una treccia di forma romboidale
percorre la chiesa dall'entrata principale sino all'accesso al presbiterio
(simbolo del legame tra questo mondo e l'aldilà dei defunti, in uno
scorrere di influenze ed interdipendenze degli esseri).
La forma del trapezio è qui da considerare un triangolo equilatero tronco
(il triangolo equilatero rappresenta la divinità, l'armonia e la proporzione)
e richiama alla mente l'incompiutezza, l'irregolarità o addirittura il fallimento,
in quanto la figura è ancora in fase di sviluppo, è stata interrotta nel corso del suo sviluppo ed è stata mutilata.
La base minore ed i due lati inclinati dei trapezi marmorei misurano 43,5 centimetri,
la base maggiore 87 centimetri, misure queste che consentono, raddoppiando la lunghezza dei piani inclinati,
di ottenere un perfetto triangolo equilatero.
La disposizione delle piastrelle marmoree trapezioidali della porzione di pavimento compresa
dalla treccia della navata centrale alle cappelle laterali, è fatta in modo che vi siano ventuno ordini di piastrelle
ed che ve ne siano invece cinquantasei dall'entrata al presbiterio.
La somma di questi detti numeri - il ventuno ed il cinquantasei - porta al settentasette che,
come i settanta volte sette, afferma con forza il valore del numero sette;
dividendo il numero cinquantasei per due, si ottiene il numero ventotto,
che è sempre uno dei multipli del numero sette, come anche se dividiamo il ventuno
per tre otteniamo lo stesso numero: il sette.
Il numero sette simboleggia la totalità degli ordini planetari ed angelici, la totalità delle dimore celesti,
la totalità dell'ordine morale, la totalità delle energie spirituali, la totalità dello spazio e del tempo.
Il sette è la somma del numero quattro (simbolo della terra, con i suoi quattro punti cardinali)
con il numero tre (simbolo del cielo) e rappresenta la totalità dell'universo in movimento.
Nell'iconografia cristiana il sette compare per settantasette volte nell'Antico Testamento
ed il settimo giorno è il giorno in cui Dio si riposa dopo la creazione, perciò è simbolo
del compimento del mondo e della pienezza dei tempi e simboleggia l'idea della totalità reale
e la totalità di un ciclo evolutivo, in quanto completamente compiuto.
Per quanto riguarda il colore bianco o nero delle piastrelle a forma di trapezio
e del quadrato al centro della treccia, si precisa che il colore bianco si pone ad una estremità
della scala cromatica e simboleggia l'inizio o la fine della vita diurna e del mondo manifesto;
rappresenta anche il valore limite che segna il passaggio dalla conclusione di un ciclo
all'inizio di un altro, secondo lo schema: morte e rinascita.
Infatti il compimento della vita, il momento della morte, viene da sempre considerato un momento
transitorio tra il visibile e l'invisibile e quindi un altro inizio.
Il colore nero si pone all'estremità opposta della scala cromatica e simboleggia l'aspetto freddo e negativo,
le tenebre primordiali e l'indifferenziato originario; colore della condanna, esso indica
il lutto in maniera più radicale e cruda, come un nulla senza possibilità, un nulla morto,
un silenzio eterno senza un avvenire e senza una speranza ed evoca il caos, le tenebre terrestri della notte,
il male, l'angoscia, la tristezza e lo stato d'incoscienza.