Via Annunziata (dell') Il nome di questa via trae origine dall'episodio descritto nel Vangelo dell'annunciazione dell'arcangelo Gabriele a Maria Vergine (Luca I, 26).
Questa festa cattolica, ricorrente il 25 marzo, celebra il mistero dell'Incarnazione del Verbo per opera dello Spirito Santo, secondo l'annuncio dell'angelo Gabriele, apparso a Maria in Nazareth.
Via Aquila
Il nome di questa via trae origine dall'omonimo corso d'acqua a carattere torrentizio che la costeggia per tutta la sua lunghezza; le sue sorgenti sono ubicate nelle montagne dell'Appennino Ligure e più precisamente a Monte Alto (dove nasce anche il torrente Sciusa) e raccoglie le acque della conca di Feglino e quelle del Rio della Valle; prima di confluire nel Pora (o Porra), a valle dell'abitato di Finalborgo, questo torrente tocca e costeggia anche l'abitato di Feglino.
La tradizione orale vuole che tale nome sia dovuto alla presenza di numerose aquile presenti sui picchi circostanti al suo percorso o, secondo alcuni storici, al soprannome "l'Aquilano" dato al all'artista Giovanni Antonio da Finale, attivo nella seconda metà del XV° ed inizi del XVI° secolo (conosciuto anche come "Leonoro") ed iscritto al numero trentasette della matricola genovese dei pittori, che ebbe i natali ed abitò in quei luoghi.
Tra le sue opere ricordiamo un dipinto raffigurante S. Lucia, custodito nella chiesa di S. Erasmo in Voltri, ed un altro quadro conservato nella chiesa parrocchiale di Taggia e situato nella prima cappella, a destra dell'entrata principale.
Via Arnaldi Il nome di questa via trae origine da Matteo Annibale Arnaldi, generale, nato in Finalborgo il 21 maggio 1801.
Discendente da una nobile famiglia originaria della Linguadoca che si trasferì prima in Provenza poi a Finale alla fine della seconda metà del XVI° secolo, egli si distinse fin dall'infanzia per l'ingegno e la volontà di apprendere.
Arnaldi, dopo aver frequentato la scuola dei Padri Scolopi di Finalborgo, entrò come soldato volontario dell'esercito sabaudo nella brigata di fanteria Saluzzo nel 1819 e, grazie alle sue doti personali, venne promosso di volta in volta con un grado superiore fino a diventare maggiore nel 1848: in quest'anno venne trasferito per un brevissimo periodo nell'arma dei Bersaglieri, per poi essere destinato all'XI° reggimento di Fanteria.
Dopo un breve periodo trascorso al V° reggimento di Fanteria, nel 1851, Arnaldi divenne comandante dell'XI° con il grado di tenente colonnello e l'anno seguente venne promosso colonnello e gli fu affidato il comando del V° reggimento di Fanteria; a seguito della sua partecipazione in prima linea alla campagna del 1848 (meritandosi una medaglia d'argento al valor militare nella battaglia di Goito) ed a quella del 1849 (meritandosi nuovamente la medaglia d'argento nella la battaglia di Novara).
Sempre pronto all'azione, Arnaldi prese parte alla guerra di Crimea ed anche qui, per il coraggio dimostrato in battaglia, ricevette la promozione a generale, ebbe il comando della brigata Cuneo e venne nominato cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.
Prese parte alle campagne militari del 1859 e si distinse nuovamente per il suo spirito da combattente nella battaglia di San Martino, dove venne ferito gravemente, e ricevette la nomina a cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia, ma dopo soli cinque giorni dalla battaglia morì il 20 luglio 1859 nell'ospedale di Brescia per le ferite riportate.
Via Becchignolo
Il nome di questa via trae origine dall'omonimo monte roccioso a sperone alle cui falde si riuniscono i torrenti Pora ed Aquila.
Su di esso sono stati eretti nel lento susseguirsi del tempo la turris Bechignolii (nucleo fortificato già menzionato in un documento del 1390), il Castel Gavone (alla fine della seconda metà del XIII° secolo) e poi il Castel San Giovanni (in epoca spagnola 1640-44), costruito inglobando vecchi muri e costruendone di nuovi attorno al nucleo centrale della vecchia torre secondo i più moderni metodi costruttivi per l'epoca.
Via Benenati l nome di questa via trae origine dalla famiglia marchionale Benenato (Vedi l'arme gentilizia), originaria di Milano, di cui troviamo ancor oggi traccia nella basilica di Finalborgo nella cappella di S. Tommaso apostolo; qui sul lato destro vi sono il busto, l'arme gentilizia ed una lapide in ricordo di Cristoforo Benenato, marchese di Sant'Andrea e barone di Cannamelis Panormi, benefattore e patrono di quella cappella[1]. La lapide fu qui posta nel 1675 dal figlio secondogenito, Cristoforo.
A lato a riportiamo e riproduciamo l'iscrizione della dedica in latino.
Cristoforo si stabilì in Sicilia e lasciò una rendita annuale di cinquecento lire genovesi in favore di due povere donne ancora da sposare di Finalborgo sue parenti o, in mancanza di parentela diretta, due donne di Finalborgo indigenti e da maritare.
Questo lascito portò alla creazione di un'Opera Pia che ebbe il suo nome e che crebbe tanto da poter distribuire nel 1904 oltre duemila lire a chi ne facesse richiesta e fosse nel bisogno alle condizione previste dal suddetto testamento. In ultimo, ricordiamo che l'Opera Pia Benenato fu assorbita, insieme a molte altre, nell'amministrazione dell'Ospedale di S. Biagio di Finalborgo.
Via Boine Il nome di questa via trae origine da Giovanni Boine, scrittore poeta e critico letterario, nato a Finalmarina il 2 settembre 1887 e morto a Porto Maurizio il 16 maggio 1917.
Figlio di un impiegato delle Ferrovie, i cui avi erano di origine francese (più precisamente di Chambery), fin da giovane Boine dovette seguire il padre nei numerosi trasferimenti di residenza per motivi di carriera: infatti da Finalmarina la sua famiglia si trasferì prima a Sestri Ponente e poi a Milano.
Egli frequenta il ginnasio, studia violoncello in conservatorio e finiti gli studi ginnasiali si iscrisse alla facoltà di lettere e filosofia dell'università di Milano.
In questo periodo della sua vita egli venne in contatto con numerosi scrittori del tempo e riuscì ad inserirsi anche lui nel panorama letterario dei primi del Novecento come autore intimamente legato alla terra di Liguria, divenendo così il precursore della produzione letteraria dedicata a questa regione, che trovò la sua massima espressione nel poeta Eugenio Montale.
Nonostante fosse affetto da malattia polmonare, Boine trasfuse la sua sofferenza fisica e spirituale in una ricca produzione letteraria componendo opere celebri quali "Il peccato ed altre cose", "Discorsi militari", "Frantumi" e "La ferita non chiusa".
Oltre all'impegno di scrittore, Boine affiancò quello di riorganizzatore della Civica Biblioteca di Porto Maurizio, dove si era trasferito per motivi di salute, e partecipò attivamente a quel movimento letterario che poi diede vita a riviste quali "Il Leonardo", "La Voce","La Riviera Ligure" e "Lacerba", divenendone collaboratore, pur mantenendo una posizione di critico isolato: celebre la sua rubrica di critica letteraria "Plausi e botte".
Boine, appassionatosi alle tematiche ed ai problemi religiosi, fu sostanzialmente dalla parte della Chiesa contro il modernismo propugnato da molti circoli culturali del suo tempo.
Via Brunenghi Il nome di questa via trae origine da Domenico Brunenghi, magistrato di ricca e nobile famiglia e benefattore.
Ricordiamo che questa via, la più lunga di Finale, era stata precedentemente intitolata alla Regina Margherita sino alla caduta del fascismo; nel dopoguerra fu invece intitolata a Domenico Brunenghi, in ringraziamento ad una considerevole e cospicua donazione testamentaria con cui quest'ultimo lasciò terreni, ville ed immobili al Comune di Finale Ligure.
Purtroppo di questa donazione non vi è traccia manoscritta alcuna: infatti l'atto testamentale in favore del Comune di Finale è stato dato in consegna ad un privato il 14 maggio 1942 e da allora se ne è persa ogni traccia.
Via Calice (per)
Il nome di questa via trae origine dall'omonimo paese a cui essa conduce, nell'immediato entroterra che dista circa sei chilometri da Finalborgo.
Via Cavasola
Il nome di questa via trae origine dalla casata Cavasola che, fin dal XIV° secolo, fu presente nelle vicende politiche e militari del marchesato di Finale.
Il primo che con certezza portò questo nome fu un certo Nicolò di Noli che partecipò nel 1447 alla seconda guerra del Finale tra il marchese Galeotto Del Carretto e la Repubblica di Genova, schierandosi con quest'ultima: queste poche notizie vengono riportate da Mario Filelfo nella sua opera intitolata "De belloFinariensis"; alcuni autori affermano inoltre che Nicolò sarebbe stato figlio di un certo Filippino, capitano di ventura al soldo di Albenga agli inizi del XV° secolo, ma non vi è nulla di certo.
La casata dei Cavasola può vantare antenati illustri quali dottori, notai, attuari civili del marchesato, giureconsulti, diplomatici, amministratori dell'Imperatore, avvocati fiscali, podestà, consoli, statisti e politici, che, dopo Nicolò, hanno sempre difeso nel tempo gli interessi dei Del Carretto e dell'Impero, ma che hanno anche partecipato attivamente alla vita politica finalese e nazionale durante la guerra di successione polacca, nel periodo napoleonico ed infine nel governo Salandra.
Ricordiamo infine che uno degli ultimi discendenti di questa antica casata è un noto scrittore che pubblicò molte opere di carattere storiografico, con il soprannome di Pinea.
Via Celesia
Il nome di questa via trae origine da Emanuele Celesia, avvocato, professore, letterato e pedagogo, nato in Finalborgo il 3 agosto 1821.
Discendente di una facoltosa famiglia, egli studiò a Finalborgo e ad Albenga presso le Scuole Pie, per poi frequentare l'università di Genova e laurearsi in giurispudenza nel 1844.
Alla sua attività di professore all'università di Genova, Celesia unì, tra i primi, l'impegno di scrivere e divulgare la passata storiografia e le bellezze naturalistiche di Finale, comprese la speleologia e l'archeologia del territorio finalese.
Egli venne nominato presidente del Comitato Ligure per l'Istruzione e l'Educazione del Popolo e fu articolista sui settimanali "L'Espero" e "L'Eco dei giovani": qui dimostrò le sue qualità di scrittore che lo portarono a scrivere, primo in Italia, una storia del pensiero educativo e della pedagogia.
La sua attività lo portò all'estero come osservatore delle nuove metodologie d'insegnamento in Svizzera ed in Germania e nel 1847 partecipò alle manifestazioni per la richiesta di riforme costituzionali al re Carlo Alberto.
Convinto assertore delle idee mazziniane, tanto da basare il suo pensiero educativo sul patriottismo, Celesia venne nominato vicepresidente del Circolo Italiano ai primi del 1849 e poco dopo, durante l'insurrezione di Genova, fu segretario del Governo provvisorio.
Appena l'insurrezione di Genova venne soffocata dai Bersaglieri, comandati dal generale La Marmora, egli cercò di raggiungere Roma, ma non gli fu possibile; in seguito Celesia beneficiò dell'amnistia generale concessa agli insorti dopo i moti insurrezionali del periodo e difese strenuamente alcuni democratici nei processi politici di Genova del 1851 e del 1858.
Egli venne nominato segretario del Comitato di Soccorso all'Emigrazione di Genova e membro della Commissione Promotrice per il dono nazionale a Garibaldi: in questa veste nel 1860 collaborò fattivamente alla raccolta di fondi e dell'attrezzatura necessaria all'impresa dei Mille di Garibaldi.
Fu eletto consigliere comunale nel 1862 e nominato bibliotecario dell'università di Genova nel 1865.
Nello stesso anno, fu delegato alla sorveglianza delle scuole comunali. Celesia non tralasciò di partecipare a congressi scientifici di Parigi, Berlino e Bruxelles, quest'ultimo nel 1868.
Emanuele Celesia fu anche promotore e fondatore di un'istituto per l'accoglienza e la cura dei bambini affetti da rachitismo e fondò in Finalborgo la società "La Fratellanza operaia Finalborghese" (che nel 1891 pose in suo onore una lapide nella casa natale, di cui riportiamo il testo) e, dopo essere stato indiscusso protagonista di numerose iniziative culturali e scientifiche per parecchi decenni, morì in Genova il 25 novembre 1889.
Via Fabbriche (delle)
Il nome di questa via trae origine dal fatto che in passato furono numerose le attività produttive in serie a carattere industriale - come pregiate carte da gioco, sedie, mobili e calzature - ed artigianale concentrate in questa parte di Finalborgo e che lasciarono il posto in un secondo momento all'industria conciaria di E. Maffei, attiva fino a pochi decenni fa in Finalborgo con circa una ventina di operai.
Il corpo della fabbrica era diviso in due singoli capannoni di forma rettangolare a due piani, il primo posto entro le mura ed il secondo addossato a queste ultime, ma all'esterno; un breve camminamento costruito direttamente sulle mura medioevali congiungeva i suddetti capannoni.
Via G. M. Filelfo Il nome di questa via trae origine dal celebre umanista Giovanni Mario Filelfo, nato a Pera di Costantinopoli nel 1426 e morto in Mantova nel 1480.
Figlio di Francesco, nativo di Tolentino, umanista e poeta estemporaneo(nato nel 1398 e morto a Firenze nel 1481) Giovanni Mario seguì le orme paterne divenendo a sua volta umanista, poeta, titolare della cattedra di eloquenza in Savona e storico.
Uomo di carattere irrequieto e mutevole, egli ricoprì diverse cariche come magistrato a Marsiglia, consigliere del duca di Savoia Luigi, ambasciatore dei Savoia presso il re di Francia Carlo VII°, ambasciatore del duca di Urbino presso la corte di Mantova e segretario del re Renato d'Angiò, fu creato cavaliere dal duca di Savoia e gli fu concessa la Corona dei poeti d'Italia; rifiutò invece l'incarico di avvocato concistoriale a servizio di papa Pio II°.
Testimone oculare durante la seconda guerra del Finale dei Del Carretto contro i Fregoso di Genova, il Filelfo narrò le vicende di quel duro conflitto, fino alla riconquista ed alla ricostruzione del marchesato del Finale da parte di Giovanni I°, attraverso l'opera "Bellum Finariense", considerata tra i molti scritti di letteratura storica, poesie ed odi quella di maggior pregio ed impegno.
Detta composizione, manoscritta, in latino e facente parte dell'opera ben più vasta intitolata "Annales in historiam Finariensis belli anni 1447", rimase dimenticata in un archivio di Milano per quasi tre secoli e solo grazie al ritrovamento di L. A. Muratori, il "Bellum Finariense" potè essere inserito nella sua monumentale opera che porta il titolo di "Rerum Italicarum Scriptores", anche se non in forma originale, forse per ragioni politiche.
Infatti Filelfo si trovò personalmente coinvolto nelle vicende tra i Del Carretto ed i Fregoso, oggetto della sue narrazioni; infatti egli sposò una Del Carretto e fu sensibile al mutare della situazione politica verificatasi in quel periodo così turbolento (probabilmente per il fatto che Savona era in mano alla famiglia dei Fregoso).
Via Fiume
Il nome di questa via trae origine probabilmente dal fatto che costeggia il torrente Aquila, di cui abbiamo già scritto, qui considerato come un vero e proprio fiume.
Via Gallesio
Il nome di questa via trae origine da Giorgio Gallesio, conte, nato in Finalborgo il 23 maggio 1772.
Discendente da una nobile famiglia di origine siciliana, egli si laureò in giurispudenza a Pavia nel 1793.
Grazie alla sua grande passione per la botanica, Gallesio nel 1796 ricevette la patente dell'Arcadia; alla morte del padre ricevette in eredità molti appezzamenti di terreno che, uniti a quelli già posseduti in precedenza o acquistati, furono da lui gestiti con le tecniche più avanzate per l'epoca.
Uguale impegno applicò alla carriera di funzionario divenedo nel 1805 giudice in Finale, nel 1808 membro del Consiglio Generale del Dipartimento di Montenotte, nel 1810 Uditore al Consiglio di Stato e nel 1812 membro corrispondente dell'Accademia Imperiale di Genova.
All'intensa attività pubblica ed alla passione per la botanica, aggiunse l'occupazione dello scrivere e pubblicò, su temi di storia naturale, testi che assunsero un'importanza fondamentale per gli studiosi.
Nel 1813 Gallesio venne nominato socio corrispondente della Società dei Georgofili di Firenze e cooperatore della Società Economica di Chiavari, nel 1814 divenne Membro della Commissione di Legislazione, nel 1815 fu Segretario di Legazione al Congresso di Vienna per conto di Genova, nel 1816 fu nominato Commissario di Leva di Savona, ma nel 1823 chiese ed ottenne l'esonero da cariche anmministrative per curare i suoi studi scientifici, che lo portarono a pubblicare nel 1815 la "Teoria della riproduzione vegetale", nel 1816 una nuova edizione della "Teoria della riproduzione vegetale", nel 1817 "La Pomona italiana", l'opera forse più famosa e conosciuta, nel 1824 "Versi", una raccolta di odi e poesie, e nel 1827 "Memoria sulla canapa", con cui vinse un concorso indetto dalla Reale Società Agraria di Torino; molti suoi scritti non vennero mai dati alle stampe, come il "Giornale di agricoltura", in otto volumi, e i "Giornali di viaggio".
Gallesio venne nominato cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro e nel 1828 ricevette dal re Carlo Felice la concessione di fregiarsi del titolo di conte per sé e per i suoi figli maschi primogeniti. Il re Carlo Alberto di Savoia gli concesse nel 1828 una pensione annua di ottocento lire e nel 1832 lo stesso Gallesio venne nominato cavaliere dell'Ordine Civile di Savoia.
Egli morì in Firenze il 29 novembre del 1839 e le sue spoglie riposano nella chiesa di Santa Croce in Firenze assieme ai "Grandi d'Italia".
Via Gilberto Govi
Il nome di questa via trae origine da Gilberto Govi, attore comico teatrale, nato a Genova il 22 ottobre 1885 e morto sempre in quella città il 28 aprile 1965.
Fin da giovane, dopo aver frequentato l'Accademia di Belle Arti e aver trovato lavoro alle Officine Elettriche Genovesi, Govi iniziò a frequentare la filodrammatica del circolo cattolico di San Rocco e poi la compagnia del teatro Andrea Podestà, sempre in Genova; dopo poco tempo, visti i buoni risultati di pubblico ottenuti, egli si iscrisse all'Accademia filodrammatica del Teatro Nazionale, anche se l'insegnamento alla recitazione non ammetteva che l'uso di un italiano impeccabile.
Nel 1913, durante una recita dal titolo "Addio giovinezza", l'editorialista Costanzo Carbone rimase colpito dallo stile comico di Govi, giungendo a scrivere sul suo giornale "Gli spettacoli" che i ruolo da lui sostenuto ". esilarò moltissimo.".
Nel 1914 Govi riuscì a costituire una compagnia teatrale insieme a Davide Castelli, chiamata appunto la "Dialettale", con lo scopo principale di poter recitare in genovese, dialetto che all'Accademia era severamente bandito.
Dopo i primi grandi successi tributatigli nei teatri della sua città natale ed in quelli di Chiavari e Savona, Govi iniziò ad avere i primi seri problemi con l'Accademia del Teatro Nazionale, giungendo a respingere l'ultimatum di quest'ultima: dopo un netto rifiuto ad abbandonare il dialetto genovese nelle sue opere teatrali, Govi venne espulso dalla stessa Accademia nel 1916.
Nonostante questo, Govi ed i suoi compagni non si diedero per vinti e continuarono per la loro strada, nonostante le difficoltà causate dalla mancanza di un sostegno esterno; nel 1917 sposò Caterina Franchi, attrice della sua compagnia proprio in quest'epoca così difficile.
Solo nel 1923, grazie all'intervento di Achille Chiarella, la compagnia di Govi recitò al Teatro dei Filodrammatici di Milano e fu un tale successo di pubblico e di critica da costituire il punto di partenza della notorietà che avrebbe poi acquistato.
Nonostante i successi raccolti, Govi restò sempre impiegato alle Officine Elettriche Genovesi e per altri due anni continuò la doppia attività; solo nel 1925 egli si licenziò per fare l'attore teatrale di professione.
Nel 1926 Govi compì una tounée in Argentina, continuando a riscuotere un grandissimo successo di pubblico e di critica; al ritorno in Italia, la compagnia da lui creata si sciolse a causa di alcune defezioni causate da attori insoddisfatti del trattamento economico loro riservato; nel 1938 Govi inaugurò il nuovo teatro Margherita, appena restaurato, portando in scena la commedia "Pesci Rossi", che replicò nel dopoguerra inaugurando lo stesso teatro appena riedificato dopo i bombardamenti subiti dalla città di Genova.
Nonostante la fama e la notorietà acquisita, Govi si impegnò sempre con grande serietà nel suo lavoro, rasentando la pignoleria.
Approdò anche nel cinema con l'indimenticabile film "Colpi di timone" nel 1942, seguito dai film "Che tempi!" del 1947, "Il diavolo in convento" del 1950 e dal film "Lui, lei e il nonno" del 1961.
All'apice della notorietà e della fama, Govi ricevette una prima medaglia d'oro dal sindaco di Genova Pertusio nel 1957 e, dopo aver lasciato le scene per motivi di salute e di età, una seconda il 22 ottobre 1965 dal sindaco di quella stessa città, Pedullà, in occasione del suo ottantesimo anno, pochi mesi prima di morire.
Via Lancellotto
Il nome di questa via trae origine dall'eroe del ciclo epico-cavalleresco carolingio, principe di Brucia e cavaliere della Tavola Rotonda.
Educato dalla fata Viviana in fondo ad un lago incantato, Lancellotto si innamorò perdutamente di Ginevra, moglie di re Artù, ma fu amato anche dalla fata Morgana.
Dopo molte vicissitudini Lancellotto finì i suoi giorni come eremita, dopo aver vendicato re Artù, perso i suoi compagni e la sua donna; Ginevra a sua volta finì i suoi giorni in un convento.
Questo racconto è stato cantato da moltissimi poeti medioevali francesi e tedeschi e, tra le versioni più o meno concordanti, del mito di Lancellotto eccelle quella di Chretien di Troyes (sec. XIII°), poema composto di circa settemila ottosillabi a rima baciata che è pervaso della dottrina dell'amore cortese, quest'ultimo capace di nobilitare l'uomo e renderlo protagonista delle azioni più gloriose; l'eroe, vassallo della donna, che gli impone tutti i doveri, ma che gli permette tutte le speranze se egli sa rendersene degno.
Il romanzo "Lancelot", compilazione in prosa francese del XIII° secolo, narra distesamente la storia di questo personaggio e si ricongiunge ad un'altra grande compilazione "La ricerca del Santo Graal", divenendo così nei secoli XIII° e XIV° la lettura favorita dei cavalieri, attirati dal contrasto tra la cavalleria mondana cortese e raffinata e le rigide norme dei cavalieri del Graal.
Lancellotto è ricordato anche da Dante nell'episodio di Paolo e Francesca (in cui Francesca attribuisce la sua colpa alla lettura di Lancellotto del Lago. Inferno, c. V) e nell'episodio dell'incontro tra questo personaggio e Ginevra (Paradiso, c. XVI).
La prima versione in italiano di questo romanzo, con il titolo "Historia di Lancillotto del Lago che fu al tempo di re Artù", è anteriore al 1300, ed il papa Innocenzo III° la proibì nel 1313 per l'immoralità del contenuto: infatti l'amore descritto non conosce il matrimonio, ma anzi ne viola senza scrupolo le leggi.
Ricordiamo in ultimo che di questa storia la più nota in Italia fu una tarda versione del 500', intitolata "L'illustre e famosa storia di Lancillotto del Lago che fu al tempo del Re Artù".
Via Manzoni
Il nome di questa via trae origine dal romanziere, poeta lirico e tragico, filosofo, moralista e storico Alessandro Manzoni, nato in Milano il 7 marzo 1785 e qui morto il 22 maggio 1873.
Nato da agiata famiglia, egli iniziò gli studi fin da giovanetto a Merano, dai padri somaschi, per poi entrare nel collegio di Lugano ed infine in quello di Longone in Milano, dai padri barnabiti.
Di inclinazioni repubblicane, Manzoni fu grande ammiratore di Parini e dell'Alfieri; nel momento della sua introduzione in società però fu preso dalla passione del gioco, ma riuscì a vincerla grazie al rimprovero di Vincenzo Monti, di cui divenne grande estimatore.
Nel 1805 partì per Parigi per raggiungere la madre ed in quella città frequentò il salotto della marchesa di Condorcet, dove conobbe Claude Fauriel.
Durante questo periodo egli scrisse le opere: "Ritratto di sé stesso", "A Francesco Lomonaco", "Alla sua donna", "Alla Musa" e "A Parteneide".
Nel 1908 egli ritornò in Italia e sposò Enrichetta Blondel e, dopo la nascita della prima figlia, si volse dal volterianesimo alla fede cattolica sincera; nella casa di Milano egli riunì attorno a sé un gruppo di letterati, staccandosi dalla corrente del classicismo per ciò che esso contrastava con il cristianesimo ed avvicinandosi al romanticismo per quanto esso non contrastava con il cristianesimo.
Durante questo periodo egli scrisse le opere: "Il proclama di Rimini", "L'Ira di Apollo", "Inni sacri" e le "Osservazioni sulla morale cattolica".
Nonostante queste idee non ricusò mai i suoi sentimenti liberali e patriottici e, anche se non fu uomo d'azione, egli sottoscrisse nel 1814 una protesta contro una decisione del senato del Regno Italico e partecipò alla seduta della proclamazione del Regno d'Italia; in quetso periodo scrisse molte liriche patriottiche di cui ricordiamo solo quella più famosa: "Marzo 1821" (edita però solo nel 1848).
Dopo questo periodo Manzoni scrisse l'opera certamente più famosa e conosciuta: "Promessi Sposi" (di cui ricordiamo che tra il 1827 ed il 1840 furono editate sessantasei edizioni diverse).
Nel 1833 gli morì la prima moglie e questo triste evento fu seguito dalla tragica morte dei suoi sei figli.
Nel 1837 sposò Teresa Borri vedova Stampa. Durante un periodo trascorso sul lago Maggiore conobbe il Rosmini che lo educò alle meditazioni filosofiche.
Dopo la morte della seconda moglie si ritirò in Milano dove ebbe anche preoccupazioni economiche, tanto che gli fu riconosciuta nel 1859 una pensione annua di dodicimila lire per decreto del Re d'Italia; nel 1860 venne nominato Senatore.
Via Monte Tabor Il nome di questa via trae origine dall'omonima collina Tabor (Gebel et-Tur), a forma di cono, situata nella piana di Esdrelon in Palestina, alta m. 562 sul mare e m. 602 sulla pianura circostante.Collina sacra alle tribù israelitiche, è ricordata dai cristiani in quanto luogo dove avvenne la trasfigurazione di Gesù Cristo; fin dai tempi più antichi vi fu eretta una basilica benedettina, più volte attaccata e distrutta dai mussulmani.
Il sultano Al-'Adil fece costruire sui ruderi della basilica una fortezza, anch'essa andata distrutta per lasciare posto ad un ospedale, costruito dall'Ordine di S. Giovanni nel 1255.
Nonostante l'emiro Fakhr-ad-din avesse concesso ai frati francescani la custodia della Terrasanta nel 1631, solo nel 1873 fu loro possibile stabilirsi sul Monte Tabor; essi riportarono alla luce i resti dell'antica basilica e nel 1924 ne eressero una nuova, l'attuale basilica.
Via Monticello Il nome di questa via trae origine dal fatto che essa conduce alla frazione di Monticello, situata sulle pendici occidentali del Gottaro.
Nel trascorrere dei secoli questa frazione ha seguito le stesse sorti politiche del marcchesato di Finale e la prima menzione di questo nucleo di case risale al 1268, quando avvenne la divisione dell'eredità paterna tra i tre figli del marchese di Savona Giacomo Del Carretto: infatti in quel documento vi è scritto ".campagna et territorium Monticelli.".
Via Municipio (del) Il nome di questa via trae origine dal fatto che essa conduceva al Municipio di Finalborgo (il cui edificio in origine era appartenenuto alla famiglia Ricci).
Tale funzione durò sino al momento in cui Finalborgo fu costituito in Comune autonomo (con le sue frazioni di Gorra, Monticello, Olle e Perti) sotto la provincia di Genova.
Infatti solo con il Regio Decreto Legge del 2 gennaio 1927, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell'11 gennaio dello stesso anno, i Comuni di Finalborgo, di Finalmarina e Finalpia (con le sue frazioni di Calvisio, di Varigotti e di Verzi) furono riuniti in un unico Comune chiamato Finale Ligure. Attualmente l'edificio è sede della Civica Biblioteca, intitolata a Bartolomeo Sapone.
Via delle Mura
Il nome di questa via trae origine dal fatto che essa costeggia per tutta la sua lunghezza le mura medioevali rivolte verso il mare che proteggevano il Borgo.
Esse furono distrutte parzialmente nel 1340 e ricostruite subito dopo; rase al suolo nel 1448 dai Genovesi condotti da Pietro Fregoso, dopo la conquista del Borgo nella seconda guerra del Finale, le mura furono ricostruite tra gli anni 1451 e 1452 dal marchese Giovanni I° Del Carretto.
Via Nicotera Il nome di questa via, già detta Via Centrale, trae origine dal patriota e politico barone Giovanni Nicotera, nato a Sambiase, Catanzaro, nel 1828 e morto a Vico Equense, Napoli, nel 1894.
Già all'età di vent'anni partecipò alle cospirazioni antiborboniche del 1848 e per questo dovette andare esule prima a Malta e poi a Corfù; nel 1849 partecipò alla difesa della Repubblica Romana attaccata dalle truppe francesi, rimanendo ferito e dopo la caduta della Repubblica si trasferì a Torino.
In questa città egli incontrò e strinse relazioni con Giuseppe Mazzini e nel 1857 partecipò con Carlo Pisacane alla spedizione di Sapri: venne nuovamente ferito dalle truppe borboniche e nel 1858 condannato a morte da un tribunale borbonico.
Nicotera, però, beneficiò della grazia della vita e venne internato nel carcere dell'isola di Favignana, dove venne liberato da Giuseppe Garibaldi durante la spedizione dei Mille, nel 1860.
Appena liberato egli raggiunse Garibaldi a Napoli, partecipò a tutte le vicende garibaldine, venne eletto deputato nel collegio di Salerno nel 1861 e si dimise dalla Camera nel 1863, ma venne rieletto l'anno dopo.
Prese parte alle campagne garibaldine del 1866 e del 1867, venne eletto deputato al Parlamento italiano, fu ministro dell'Interno nel governo Depretis negli anni 1876-77 (combattendo il brigantaggio, la camorra e la mafia del Mezzogiorno) e poi negli anni 1891-92; nella sua veste di ministro dichiarò il 3 maggio 1877, con Regio Decreto, l'annessione del comune di Gorra e della frazione di Perti al comune di Finalborgo, fino ad allora entrambi sotto il comune di Calice Ligure.
Ricordiamo in ultimo che questa via è sempre stata un'arteria di vitale importanza per il borgo, sia perché qui erano concetrate la maggior parte delle botteghe artigianali e dei negozi commerciali presenti in Finalborgo, sia perché nei tempi passati, in mancanza dell'attuale via Caprazzoppa, da essa partiva la strada per Gorra, per il passo del Melogno e per l'alta val Bormida.
Via Pascale
Il nome di questa via trae origine da Oddone Pascale da Savigliano, valente ed operoso pittore, intagliatore e decoratore vissuto nel XVI° secolo.
Di questo artista ricordiamo brevemente le seguenti opere: una ancona sull'altare maggiore della chiesa abbaziale di Staffarda, firmata e datata 1531 - 1533, una ancona raffigurante "Santa Caterina" nella parrocchiale di Finalborgo, firmata e datata 1533, una pala raffigurante la "Vergine" nella chiesa di San Giovanni di Saluzzo, firmata e datata 1535, un polittico raffigurante l'"Assunzione e Santi", conservato presso il Museo Civico di Torino e un polittico raffigurante una "Deposizione e Santi" della collegiata di Revello, firmata e datata 1540.
Via Romana Il nome di questa via trae origine dalla vecchia via che costeggiando ad est il Becchignolo portava fino all'antico nucleo abitato dell'Aquila, per poi proseguire lungo il crinale fino ad arrivare alla chiesa di S. Bernardo, al giogo di Montesordo, per poi proseguire per il bivio che conduce all'abitato di Calice o a quello di Feglino.
Via Sacrestia
Il nome di questa via trae origine dal fatto che essa porta all'accesso della sacrestia della chiesa di S. Biagio.
Via San Michele Il nome di questa via trae origine dall'arcangelo Michele, che nelle Scritture viene riconosciuto come un principe degli angeli; l'iconografia lo presenta come un giovane guerriero alato, di bello e severo aspetto, nell'atto di trafiggere un drago che sta sotto i suoi piedi.
Nella Bibbia, l'arcangelo Michele, il cui nome in ebraico significa "chi-come-Dio?", è ricordato nell'Apocalisse (XII) ed è descritto alla testa degli angeli che combattono contro il demonio in forma di drago, è descritto come protettore degli ebrei dal profeta Daniele (X, XII) dal poeta Dante con le seguenti parole ".Che fe' la vendetta del superbo strupo." (Inferno, VII, 11).
Giovanni Milton, nell'opera epico-biblica "Il Paradiso perduto" descrive l'arcangelo Michele a guardia della porta dell'Eden, per vietare l'accesso ad Adamo ed Eva, prendendo spunto dalla Bibbia che riporta " pose ad oriente del giardino dell'Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante per custodire l'accesso all'albero della vita".
Di questo angelo si celebrano tre apparizioni: una prima a Colossi, una seconda in Normandia ed una terza sul monte Gargano, vicino a Napoli.
L'arcangelo Michele è patrono delle città Firenze, Pavia, Benevento, Pesaro, Caltanissetta e Cuneo, è protettore dei giudici, dei bancari, dei radiologi, dei poliziotti, dei pompieri, dei paracadutisti, degli schermitori, degli armaioli, degli arrotini, dei merciai, degli speziali, dei fabbricanti di bilance, dei magliai e dei cappellai ed è invocato per la buona morte.
Via San Rocco
Il nome di questa via trae origine da S. Rocco, nato alla fine della seconda metà del XIII° secolo, da nobile famiglia.
Di S. Rocco si hanno poche e frammentarie notizie e la tradizione vuole che egli, dopo aver disribuito tutti i suoi averi ai poveri, sia partito in pellegrinaggio verso Roma, al tempo in cui infieriva una terribile peste che flagellava tutta l'Europa.
Fermatosi in alcune importanti città italiane, curò gli appestati ed a sua volta contrasse il contagio della peste; ritiratosi in solitudine sulle rive del Po, il Santo fu guarito dal bubbone che gli si era sviluppato su una gamba, in conseguenza dell'abitudine di un cane di leccargli la piaga, cane che gli era stato inviato dal nobile Gottardo insieme ad un pezzo di pane.
Dopo la guarigione, S. Rocco decise di trasferirsi in Francia, ma durante il viaggio per Montpellier fu catturato e messo in prigione con l'accusa di essere una spia; qui morì di stenti verso la prima metà del XIV° secolo e la tradizione vuole che le sue reliquie riposino a Venezia, ove vi fu effettivamente una fioritura del culto dedicato a questo Santo.
Rocco, santo confessore e pellegrino, è patrono della città di Parma, protettore dei farmacisti, dei becchini, degli sciatori, dei pellegrini e dei viaggiatori ed è invocato contro le pestilenze ed il mal di ginocchia.
Il prevosto di Finalborgo Vincenzo Grillo, a riguardo di questo Santo, riporta che nel 1270, quando la peste portata dai crociati finalesi che ritornavano dalla Terra Santa contagiò in modo virulento Finalborgo, gli abitanti del luogo invocarono l'aiuto della Madonna del Carmelo e quello di S. Rocco, ottenendo con ciò l'immediata cessazione e liberazione dal fatale morbo; in ringraziamento di ciò gli abitanti di Finalborgo gli dedicarono un ospedale, con lo scopo di curare i pellegrini di ritorno dalla Terra Santa.
Via Torcelli
Il nome di questa via trae origine dalla famiglia nobile Torcelli presente a Finalborgo tra il XVII° ed il XIX° secolo; di detta famiglia ricordiamo i fratelli Giovanni Francesco, Andrea e Bartolomeo, vissuti nel XVIII° secolo.
Andrea fu canonico della chiesa di S. Biagio e Bartolomeo ne fu il sacerdote; nel 1784, grazie alla volontà ed alla disponibilità finanziaria di Andrea, l'organo, che era posto nell'attuale cappella dedicata a S. Giovanni Nepomuceno, è stato trasferito nella sua sede attuale; sempre nello stesso anno l'intagliatore Francesco Basso del Borgo eseguì gli intagli e le pitturazioni dorate sulla cassa, su disegno di Vincenzo Bardi.
I Torcelli nelle loro ultime volontà testamentarie lasciarono gran parte delle loro sostanze per il mantenimento di donne anziane ed ancora da sposare.
A tale riguardo ricordiamo che nella basilica e collegiata di Final Borgo esiste una lapide con lo stemma gentilizio dei fratelli Torcelli a ricordo di questo nobile gesto.
Per dovere di completezza, riportiamo l'arme e il contenuto della lapide, che fu posta nel 1873 dallo stesso Municipio nella parete sinistra della cappella dedicata a S. Giovanni Nepomuceno.
Via Vicario (del)
Non si può stabilire con certezza i motivi per cui questa via è stata così intitolata; si può solo presumere che qui vi fosse l'abitazione di un vicario dei governatori spagnoli.
Viale Dante Alighieri Il nome di questo viale ricorda ed onora il poeta fiorentino Dante Alighieri, nato nel 1265 e morto a Ravenna il 14 settembre 1321.Fin da giovane egli si dedicò agli studi, praticò il disegno, l'equitazione, l'uso delle armi e imparò a scrivere in rima, grazie anche alla frequentazione di noti rimatori fiorentini, primo fra tutti Guido Cavalcanti.
Nel 1277 sposò Gemma di Manetto Donati, da cui ebbe due figli maschi - Jacopo e Pietro - ed una figlia - Antonia - forse monaca in Santo Stefano degli Ulivi a Ravenna.
Partecipò alle guerre intraprese dal suo Comune, distinguendosi nell'assedio del castello di Caprona ed nella battaglia di Campaldino del 1289.
Egli in quegli anni incontrò una giovane gentildonna, di cui si innamorò perdutamente ed a cui diede il nome di Beatrice (probabilmente una Bice figlia di Folco Portinari andata in sposa a Simone dei Bardi); purtroppo ella morì all'età di soli ventiquattro anni, ma da quell'incontro la vita di Dante fu pervasa da questo grande amore.
Agli studi filosofici ed alle letture di Boezio e di Cicerone, egli affiancò un'intensa vita pubblica divenendo nel 1295 arringatore nel Consiglio generale di Firenze, dal 7 giugno 1300 ambasciatore a S. Giminiano e per un mese priore, alta carica comunale.
Per restituire la pace a Firenze, sconvolta dalla lotta violenta tra le due fazioni della città, i Neri (sostenuti da papa Bonifacio VIII°, che voleva impossessarsi di tutta la Toscana) ed i Bianchi, egli volle che tutti i capi turbolenti di entrambi i partiti fossero espulsi dalla città.
Nel giugno del 1301 sostenne da solo, nel Consiglio dei Cento, il principio di non fornire truppe al Papa, ma non venne ascoltato per opportunità politica e fu inviato invece come ambasciatore presso lo stesso Bonifacio VIII°, per convincerlo a non inviare a Firenze come paciere Carlo di Valios.
Trattenuto abilmente ad Anagni dal Papa, Dante non potè far nulla per evitare l'entrata in Firenze di Carlo di Valois ed il rietro e la salita al potere dei Neri in quella città.
Accusato ingiustamente di aver cospirato contro il Papa, di essersi opposto alla venuta di Carlo di Valois e di aver favorito la cacciata da Firenze della fazione dei Neri, Dante fu condannato in contumacia a pagare la somma di cinquemila fiorini ed a vivere due anni fuori dalla Toscana, con l'esclusione perpetua da ogni carica pubblica.
Da quel momento iniziò per Dante un duro esilio che, dopo un breve convegno con altri fuoriusciti fiorentini presso S. Godenzo nel Mugello, lo portò solitario a Verona presso Bartolomeo della Scala nel 1304, a Sarzana quale procuratore di Franceschino Malaspina il 6 ottobre 1306 e forse a Parigi presso la Sorbona nel 1307-8.
Nel 1313, alla morte di Enrico VII° di Lussemburgo, che si proclamava venuto in Italia per rimettere pace tra le città e le fazioni, in Dante si spense per sempre la speranza di ritornare a Firenze.
Nel 1315 si trasferì a Lucca e da qui, dopo aver rifiutato un'amnistia offertagli a condizioni disonorevoli, ripartì per Verona su invito di Cangrande della Scala; nel 1319 si trasferì a Ravenna su invito di Guido da Polenta, dove rimase fino alla morte.
Sepolto in S. Pietro Maggiore in Ravenna, il suo sepolcro fu ricostruito nel 1483 da Bernardo Bembo; nonostante che le sue spoglie mortali siano state più volte richieste dai fiorentini, le esse continuano ad essere conservate in Ravenna nell'apposita cappella fatta costruire dal cardinale Valenti, nel 1790.
Tra le sue opere ricordiamo: "Vita nova", una raccolta di rime scritte in lode a Beatrice, precedute da prose di commento o ragioni; "Convivio", composto tra il 1304 ed il 1308, che nell'intenzioni doveva essere composto di quindici trattati, il primo di introduzione e gli altri di commento a quattordici canzoni, ma in realtà composto da quattro soli trattati, nel primo dei quali espose i motivi della publicazione dell'opera: l'amore di un sapiente verso coloro che hanno sete di sapienza e la ricerca della sua pace interiore per riscattarsi dalla sventura di dover vivere lontano dalla patria; "De Vulgari Eloquentia", trattato in latino composto tra il 1304 ed il 1307 e rimasto interrotto al XIV° capitolo del libro II°, scritto per dibattere il problema linguistico secondo cui nessuno dei quattordici dialetti italiani è degno per essere usato per le più nobili scritture; "Monarchia", scritto al tempo della discesa di Enrico VII° in Italia, trattato latino in tre libri sulla sua concezione politica, impregnato di fervore verso un rinnovamento ed un'elevazione morale del mondo; "Quaestio de aqua et terra", breve tesi volta a dimostrare come in nessun punto del globo l'acqua può essere più alta della terra; "Commedia", poi chiamata "Divina Commedia", l'opera più conosciuta ed universale, iniziata verso il 1307 e terminata forse nel 1313, scritto nel quale Dante si eresse a giudice dell'umanità, comminando le pene ed i premi con una coscienza umana, etica e religiosa unica, in un'opera piena di penetrazione psicologica e potenza rappresentativa.
La Divina Commedia è rappresentata come un pellegrinaggio nel regno dell'al di là, attraverso tre cantiche, l'inferno, il purgatorio ed il paradiso, i quali comprendono cento canti complessivi.
Nella composizione sono descritte immagini stupende e scene drammatiche. L'opera si incentra sul mistero del divino e della libertà dell'anima e si colloca fuori del tempo in cui fu scritta, con un valore universale assoluto di fantasia e di coscienza, tra i più alti della storia della poesia.
Vico Ditta Il nome di questo vico trae origine dal soprannome "Ü Ditta" dato a Francesco Bonora, poiché gestore di due empori, uno in questa strada ed un altro in Calvisio.
Nato nella seconda metà del XIX° secolo e morto nel 1944, egli fu uomo portato verso il commercio: infatti egli comprava, trasportava a Savona, con un carro, frutta e verdura che rivendeva, ed a Genova legna per l'Ansaldo, carbone alla Doufours, legna, carbone e rami per i bachi da seta alla ditta Cucirini Cantoni Coat, trasportava granaglie dal Piemonte e dalla Lombardia e provvedeva a rifornire di derrate alimentari le carceri di Finalborgo; tutto questo grazie anche al contributo delle sue quattro figlie.
Era discendente di un'antica famiglia originaria della attuale frazione di Monticello, già menzionata nella persona di un Guglielmo Bonora, che risultava il trentacinquesimo confratello morto dopo Rolando Vacca nel "Liber Confratrum Mortuorum Domus Disciplinae S. Ioannis Finarii" nel XIII° secolo.
Un manoscritto autografo di mons. Filippo Mantero, datato 22 ottobre 1934, riporta una breve genealogia che, risalendo di tredici generazioni, porta ad un certo Benenati Bonora, pio istitutore in Finalborgo; si hanno anche notizie di un certo Guglielmo Bonora, notaio in Finale nella prima metà del XIV° secolo.
Un minutario notarile del 1561 riporta un atto con i nomi di Dalmazzo, Bernardo e Lorenzo, figli del fu Domenico Bonora, ricordati come proprietari di vasti appezzamenti di terreno.
Nel 1748 un certo Emanuele Bonora si trasferì nella Marina di Finale (acquistando un palazzo nell'attuale piazza S. Giovanni Battista) ed esercitò per più di un quarantennio l'avvocatura, come anche il figlio Giuseppe; un discendente di Emanuele,Pietro Paolo, dopo i primi studi compiuti a Finale, si trasferì a Torino dove si laureò in architettura.
Dopo un periodo di apprendistato, egli iniziò la sua professione che lo portò a progettare e far realizzare il castello Vuillermin, la chiesa di Monticello e quella di Calvisio ed a far eseguire dei lavori, ora di restauro, ora di costruzione, nelle chiese di S. Giovanni Battista e dei frati Capuccini in Finale, in una chiesa di Genova, di Mondovì, di Cinzano di Vespolate ed anche in una chiesa in Argentina ed una in Etiopia.
Nel 1923 egli fu uno dei fondatori del Circolo Unione Culturale di Finale, nel 1925 il fondatore di una scuola serale di disegno e dal 1938 si dedicò all'architettura religiosa, contribuendo agli studi architettonici per la realizzazione del Santuario di Oropa, nei pressi di Biella.
In tempi più recenti alcuni componenti di questa famiglia si sono trasferiti fuori Finale, anche in America.
Vico del Reclusorio Il nome di questo vico trae origine dal fatto che esso costeggiava il soppresso convento dei Domenicani di S. Caterina adibito a carcere penale dal 1802, dopo la soppressione degli ordini religiosi, fino al 1822.
Dopo un breve ritorno alla primaria funzione religiosa della struttura, il convento fu nuovamente destinato a reclusorio nel 1864, in virtù della Legge Siccardi sulle immunità ecclesiastiche promulgata nel Regno; questa funzione fu mantenuta fino al 1965, quando l'intera struttura passò in proprietà del Comune di Finale Ligure.
P.co Luigi Fontana
Il nome di questo parco trae origine dal partigiano ed eroe della resistenza Luigi Fontana, nato a Finalborgo il 27 luglio 1924 e morto a Roccavignale il 25 novembre 1944.
Egli, fin da giovane, lavorò come operaio nella fabbrica della Piaggio e, dopo le note vicende belliche verificatesi dopo l'8 settembre del 1943, nella primavera del 1944 entrò a far parte della resistenza come partigiano della quinta brigata di Calizzano.
Uomo di carattere, Fontana si distinse subito per le sue qualità umane e di combattente, tanto da meritarsi l'ammirazione ed il rispetto dei suoi compagni.
Il 25 novembre 1944 nel basso Piemonte, durante un'azione sulle alture di Roccavignale ed insieme a tre suoi compagni, Fontana venne scoperto ed intercettato da una colonna di nazisti e fascisti: nel breve ed intenso scontro a fuoco che seguì, in quel triste giorno, Fontana ed i suoi compagni morirono combattendo.
Dopo un periodo di dedicazione al suo nome dell'attuale via Nicotera, il comune di Finale Ligure decise di dedicargli il nuovo parco giochi per bambini, nelle immediate vicinanze di Finalborgo e nel 1992 circa è stato messo un cippo per commemorarlo sulle alture di Roccavignale.
P.zza Aicardi
Il nome di questa piazza trae origine dall'avvocato, patrizio ed ambasciatore Andrea Aycardi, nato in Finalborgo il 4 ottobre 1673.
Uomo integerrimo ed intelligente dedicò l'intera esistenza allo studio, alla professione ed alla divulgazione della cultura.
Si laureò in giurispudenza ed in diritto canonico e divenne ambasciatore del marchesato di Finale presso il re di Spagna Filippo V°, poi ambasciatore a Genova presso il Doge ed in ultimo ambasciatore presso l'imperatore Carlo VI°.
Nel 1720, come ambasciatore presso l'Imperatore, egli si fece rappresentante e portavoce del malumore dei Finalesi per la cessione del Marchesato alla Repubblica di Genova da parte della Spagna.
La passione per la diffusione della cultura, lo indusse a scrivere un trattato di filosofia morale e nel 1757 fece testamento, donando tutte le sue sostanze ai Padri Scolopi, al fine di consentire la costituzione di un'istituto scolastico in Finalborgo.
Dopo aver seguito tutte le pratiche burocratiche per ottenere l'apertura dell'istituto (che venne inaugurato nel 1759) e dopo aver ospitato i Padri Scolopi all'interno del suo palazzo nel Borgo, egli nel 1860 vestì l'abito dell'Ordine e pochi giorni prima della sua morte, avvenuta il 14 gennaio 1763, prese i voti monastici dello stesso Ordine.
Nel 1831 i Padri Scolopi e le scuole venero trasferite nella nuova sede in via Celesia.
In seguito l'istituto scolastico di Finalborgo fu destinato ad accogliere le scuole elementari statali.
Da non dimenticare in ultimo che in questa piazza, come anche in altre, si svolge una parte del mercatino dell'antiquariato e d'oggetti antichi, ogni primo sabato e domenica del mese, nell'arco di tutto l'anno.
P.zza Deledda Questa piazza è stata intitolata alla scrittrice e poetessa Grazia Deledda, nata a Nuoro nel 1871 e morta a Roma nel 1936.
Nata da famiglia umile e semplice, Deledda iniziò fin dalla fanciullezza a leggere molti racconti di narrativa popolare (storie di rapimenti, di vendette, e di amori romanzeschi) pubblicati su riviste e giornali e poi a scrivere di suo pugno molti racconti, seguendo le sue fantasie giovanili.
Deledda entrò subito in contatto con scrittori e critici letterari di indubbia grandezza, seguendo un percorso interiore che la portò ad orientare la sua produzione verso la ricerca psicologica dei suoi personaggi in una più autentica vita di fantasie, con una semplicità d'impostazione e tecnica letteraria fuori dal comune.
Nel 1895 pubblicò l'opera "Anime oneste", in cui la psicologia dell'amore raggiunse un alto grado di finezza e verità, tanto da meritare la prefazione del romanziere e critico Ruggero Bonghi.
In un crescendo morale letterario ed umano proprio, questa scrittrice descrisse le persone e le situazioni in un'atmosfera isolana di solennità fatalistica e di partecipazione alla vita elementare dei sentimenti.
La produzione letteraria della Deledda si esplicò in una progressiva e costante ricerca della descrizione psicologica degli umani affanni della vita dei suoi personaggi fantastici, in netta opposizione alle ambiguità del dannunzianesimo e alle essenzialità stilistiche di breve respiro del frammentismo.
Il trasferimento a Roma dopo il matrimonio, portò la scrittrice a apportare nei suoi racconti una visione più vicina al libero svolgimento della vita, svincolandola dalle atmosfere isolane che fino a quel momento avevano caratterizzato la sua produzione letteraria.
Ella non mondanizzò mai la sua vita letteraria e non cambiò il suo stile di scrittrice chiusa nel servizio della sua arte e della sua famiglia: con queste premesse il premio Nobel la raggiunse meritatamente nel 1927.
Fra le sue opere maggiori ricordiamo: "La giustizia", "Elias Portolu", "Canne al Vento", "La Madre", "il segreto dell'uomo solitario" ed "Annalena Bilsini".
Ad un mese dalla sua morte venne pubblicata una biografia scritta dalla stessa Deledda in terza persona nella forma del racconto "Cosima" (il suo secondo nome).
P.zza Eugenio Montale
L'intitolazione di questa piazza onora lo scrittore, giornalista e poeta Eugeni Montale, nato a Genova nel 1896 e morto a Milano il 12 settembre 1981.
Collaboratore della nuova rivista di Pietro Gobetti "Il Baretti" di Torino, egli visse lungamente a Firenze, dove fu direttore del Gabinetto Vieusseux, per poi stabilirsi a Milano ove lavorò come critico musicale ed elzevirista della testata giornalistica "Il Corriere della Sera"; il 13 giugno del 1967 venne nominato senatore a vita dall'allora presidente della repubblica Saragat.
Nel 1916 egli scrisse la sua prima lirica "Meriggiare pallido e assorto" che già conteneva tutti gli elementi della sua produzione poetica; autore pessimista, vede nel mondo soltanto il "male di vivere", mentre la felicità gli apparve sempre al di là di un muro insormontabile.
Nel 1925 venne edita la prima raccolta di poesie che porta il titolo di "Ossi di seppia", nel 1939 quella che porta il titolo "Le occasioni" e dal 1947 al 1956 quella che porta il titolo di "La bufera e altro".
Nel 1956 venne dato alle stampe la raccolta di prose "Farfalla di Dinard", nel 1971 la raccolta di poesie che porta il titolo di "Satura", nel 1973 l'opera "Diario del '71 e del '72" e nel 1977 l'opera "Quaderno di quattro anni"; inoltre egli fece delle traduzioni di classici ed un saggio, rimasto celebre, sul poeta Italo Svevo.
La sua poetica è arida e rispecchia una visione scabra della vita, tuttavia essa è valida soprattutto per l'alto impegno umano sostenuto dalla volontà di rimanere fedele, nonostante tutto, alle proprie convinzioni.
Egli è il maggior esponente e rappresentante di quella nuova scuola poetica, o indirizzo stilistico, che prende il nome di ermetismo, almeno nella sua forma più estrema; l'alto valore poetico espresso da questo autore venne riconosciuto anche a livello internzionale il 10 dicembre 1975 a Stoccolma, con il prestigioso premio Nobel per la letteratura.
P.zza Garibaldi Il nome di questa piazza trae origine "dall'eroe dei due mondi": Giuseppe Garibaldi.
Generale e uomo politico, nacque a Nizza il 4 luglio 1807 da una famiglia con tradizioni marinare e si imbarcò su varie navi sin da giovanissimo, giungendo fino al grado di capitano.
Garibaldi fu estraneo alla politica fino al 1833, quando al comando del brigantino Clorinda entrò in contatto con alcuni seguaci del pensiero di Claude-Henri de Saint Simon; a Marsiglia conobbe gli ambienti mazziniani e aderì alla neo costituita Giovine Italia (con il nome di Borel).
Convinto dallo stesso Mazzini, Garibaldi si arruolò nella marina militare del Regno di Sardegna, allo scopo di impadronirsi dell'arsenale di Genova durante la spedizione mazziniana in Savoia programmata per il 1834. Dopo il fallimento dell'insurrezione in Savoia ed a Genova, Garibaldi dovette fuggire a Marsiglia e poi, condannato morte in contumacia, rifugiarsi in Sudamerica nel dicembre del 1835.
Qui combattè per la difesa della Repubblica di Rio Grande do Sul nella guerra contro l'imperatore del Brasile e, dopo, per il presidente uruguaiano Ribera nella guerra contro il rivale Oribe, sostenuto dal dittatore argentino Rosas; qui conobbe la moglie Anita Ribeiro, sua futura moglie.
A Montevideo, durante la guerra uruguaiana, costituì la cosidetta "Legione Italiana" che per prima indossò la camicia rossa, resa famosa in Italia dalla spedizione dei "Mille".
Nel 1844 entrò nella massoneria e nel 1848 ritornò in Italia per prendere parte alla prima guerra d'indipendenza; anche qui Garibaldi costituì un gruppo autonomo di volontari.
Dopo la cessazione delle ostilità tra il Piemonte e l'Austria egli venne nominato deputato della Costituente e nel 1849 accorse in aiuto del governo provvisorio di Roma; fu responsabile della neo Repubblica durante l'assedio dei Francesi ed alla caduta della città dovette fuggire avventurosamente in Italia centrale e durante la fuga gli morì la moglie Anita.
Nel 1850 Garibaldi venne espulso dal Piemonte per la sua azione rivoluzionaria e riprese a navigare come comandante di navi mercantili, stabilendosi a New York, ma nel 1854 venne riammesso nel Regno di Sardegna, grazie all'intervento di Cavour e si ritirò nell'isola di Caprera, da lui precedentemente acquistata.
Favorevole all'intervento nella guerra di Crimea, nel 1857 entrò a far parte della neocostituita Società Nazionale e partecipò alla seconda guerra d'indipendenza nel 1859, costituendo anche in quell'occasione un corpo di volontari chiamato "Cacciatori delle Alpi".
Garibaldi, vincitore a Varese e S. Fermo e conquistatore di Brescia, venne nominato vicecomandante delle truppe della Lega d'Italia, ma per i contrasti sorti con la cessione di Nizza, sua città natale, e della Savoia alla Francia ruppe i rapporti con Cavour.
Agli inizi del 1860 egli fu a capo della famosa spedizione chiamata "dei Mille", sostenuta segretamente dallo stesso re di Sardegna, per liberare il Meridione dal giogo della casa di Borbone; dopo aver combattuto vittoriosamente e liberato il Regno delle Due Sicilie, Garibaldi lo consegnò al re Vittorio Emanuele nei pressi di Teano.
Dopo questa vittoriosa impresa, Garibaldi si ritirò nuovamente a vita privata a Caprera, ma con l'idea fissa di abbattere il governo pontificio di Roma.
Nel 1862, partendo da Palermo, cercò di conquistare Roma alla testa di volontari, ma fu fermato in Aspromonte dall'esercito italiano e dopo l'amnistia dovette ritornare a Caprera; nel 1864 si recò a Londra; nel 1866 partecipò alla terza guerra d'indipendenza e, al comando del così detto "Corpo volontari Italiani", ottenne una brillante vittoria alla Bezzecca, ma fu fermato nella conquista di Trento dall'avvenuta firma dell'armistizio con l'Austria; nel 1867 a capo di volontari egli tentò per la seconda volta di liberare Roma, ma venne sconfitto a Mentana dalle truppe pontificie e francesi.
Garibaldi partecipò anche alla guerra tra Francia e Prussia, schierandosi dalla parte della prima, e, alla testa di un gruppo di volontari italiani, vinse valorosamente a Digione l'esercito prussiano.
Eletto deputato in Italia più volte, egli fu uomo che mal sottostava alla burocrazia parlamentare, poiché portato di natura all'azione diretta; morì a Caprera il 2 giugno del 1882.
Questa piazza nei tempi recenti ha acquistato la funzione - già svolta da piazza del Tribunale - di centro di Finalborgo: infatti qui si ritrovano residenti e turisti per scambiarsi le notizie locali, discutere dei temi di attualità e commentare gli ultimi avvenimenti "entro le mura", oltre che per scaldarsi ai primi timidi raggi di sole. Anche in questa piazza si svolge parte del mercatino dell'antiquariato e degli oggetti antichi.
P.tta Meloria Il nome di questa via trae origine dall'omonima serie di bassifondi disseminati di scogli affioranti a circa sette Km. ad ovest di Livorno.
Fin dall'antichità vi era una torre fortificata eretta dai Pisani ad uso faro, sostituita ora da un moderno faro in ferro.
Nei pressi della Meloria avvennero due battaglie navali: la prima avvenne il 6 agosto del 1284 che vide un duro scontro navale di circa centodieci navi genovesi, comandate da Oberto Doria e Benedetto I° Zaccaria, contro circa cento navi pisane, comandate da Alberto Morosini, Ugolino della Gherardesca e Andreotto Saracino, per il dominio del Tirreno; Genova riuscì vincere in modo schiacciante, tanto da causare il progressivo declino della potenza marinara della rivale Pisa.
In questa battaglia partecipò una galea di finalesi che, grazie alle loro doti marinaresche e di audacia, liberarono dalla sicura cattura del nemico una nave di nome S. Matteo.
La seconda battaglia navale avvenne nel 1410, durante la guerra che vide contrapposti gli Angioini contro Ladislao, re di Napoli; in quella occasione la flotta genovese riuscì a distruggere la retroguardia della flotta angioina.
P.zza Milite Ignoto
Il nome di questa piazza onora il Milite Ignoto, simbolo del valore collettivo che le nazioni partecipanti alla prima guerra mondiale vollero impersonare nella salma di un proprio caduto ignoto.
In Italia la scelta cadde tra le salme di caduti non riconosciuti nel cimitero di Aquileia; una di esse fu trasportata solennemente a Roma ove il 4 novembre 1921 fu tumulata sull'Altare della Patria, con tutti gli onori.
La tomba del Milite Ignoto è perennemente vigilata dalle forze armate.
P.zza Porta Testa
Il nome di questa piazza trae origine dalla porta che si apre, all'uscita di ponente, sulle quattrocentesche mura di cinta di Final Borgo. La tradizione orale tramandateci dal prevosto Giorgio Grillo vuole che su questa porta vi siano state appese le teste dei giustiziati per gravi delitti, come monito a tutta la popolazione.
La data di ricostruzione di tale porta sotto il marchese Giovanni I° Del Carretto, già preesistente alla rovinosa seconda guerra del Finale, la si può stabilire con certezza grazie alla data incisa sulle due pietre che formano la parte terminale della cuspide: infatti vi si può ancora oggi leggere MAR(chio) IO(hannes) + AN(n)O D(omi)NI / (M)C:C:C:C:LII DIE:X:IUNII.
P.zza S. Biagio Il nome di questa piazza onora S. Biagio titolare della chiesa che si affaccia alla piazza, martire e probabilmente vescovo di Sebaste, in Armenia.
Scarse ed incerte sono le notizie storiche su questo Santo, che si vuole nato in Sebaste, uomo dedito alla medicina e morto nel 316 circa, quando governava l'imperatore romano Licinio.
Durante la sua vita alleviò sofferenze fisiche e morali della gente che ricorreva a lui.
Quando abbracciò la fede cristiana, fu dichiarato colpevole e ricercato da un tribunale dell'Impero.
Egli si ritirò in una grotta e mantenne frequenti contatti con la sua comunità cristiana; tempo dopo il Santo venne catturato da alcuni soldati e durante il suo trasferimento al tribunale guarì un bambino a cui un'esca di pesce gli si era conficcata in gola.
Biagio non rinnegò mai di essere cristiano e neppure sotto le più atroci sofferenze la sua fede vacillò: gli lacerarono le carni con pettini da cardatura della lana, fu appeso ad un tronco, torturato ed infine gettato in un lago per farlo annegare, ma egli camminò miracolosamente sulle acque; visto questo, i carnefici decisero di tagliargli la testa con un colpo di spada.
Questo Santo è protettore delle città di Napoli, Ragusa, Comiso e Civita di Penne.
È protettore anche dei medici, degli scalpellini, dei pastori, degli agricoltori, dei cardatori di lana e dei suonatori di strumenti a fiato ed è invocato contro il mal di gola ed il relativo vizio capitale.
In ricordo del miracolo operato da S. Biagio durante la sua cattura, la Chiesa benedice le gole dei fedeli con due candele benedette nel giorno della sua ricorrenza, il 3 febbraio.
Questa piazza prende il nome dall'annessa basilica e collegiata dedicata al Santo, la cui attuale fabbrica, costruita su progetto dell'architetto Andrea Storace di Finale, modificando in modo totale una preesistente chiesa medioevale della seconda metà del XIV° secolo, è stata terminata nel 1659 ed è stata consacrata nello stesso anno.
Della preesistente chiesa non esiste alcun resto visibile, se non la parte absidale ottagonale accanto alla torre campanaria; quest'ultima, in origine quasi sicuramente a forma quadrata, è in stile tardo gotico, ha una forma ottagonale inconsueta e presenta insieme aspetti d'arditezza e d'eleganza essendo munita di numerosi e sottili bifore e di una balaustrata che attornia gradevolmente la cuspide.
P.zza S. Caterina
Il nome di questa piazza è dovuto alla sua posizione, in quanto sulla piazza si affaccia la chiesa di Santa Caterina.
La titolare della chiesa è S. Caterina d'Alessandria, vissuta nel VI° secolo ad Alessandria d'Egitto e di famiglia regale.
L'imperatore romano Massimino Daia, venuto a conoscenza della sua adesione alla fede cristiana, mandò Caterina al cospetto di cinquanta filosofi per discutere e confutare l'assurdità di ritenere Dio un uomo morto sulla croce.
Dopo lunghe discussioni filosofiche e teologiche, Caterina rispose con parole illuminate e restò ferma nel suo credo, anzi riuscì perfino a convertire alla fede cristiana tutti i cinquanta filosofi pagani presenti; l'Imperatore, venuto a conoscenza di ciò, decise di far uccidere tutti i filosofi e chiese la mano della stessa Caterina per poterla sposare.
Caterina fermamamente rifiutò più volte ed allora l'imperatore Massimino la fece arrestare e torturare.
Ella, durante il supplizio, fu fatta stritolare tra due ruote dentate, ma le punte aguzze delle ruote, venute a contatto con l'esile corpo della donna, si spezzarono come ramoscelli; visto questo, i carnefici decisero di decapitarla: dal suo collo reciso però fuoriuscì un flusso copioso di latte al posto del sangue; la tradizione prosegue affermando che le sue spoglie mortali siano state portate sul monte Sinai da due angeli ed in quel luogo le fu dedicato un monastero dall'imperatore Giustiniano.
Questa Santa è patrona di Mantova, Sabbioneta, Guastalla e Scala, è protettrice degli oratori, dei filosofi, dei notai, delle filatrici, delle sarte, delle modiste, degli carradori, delle balie e delle nutrici ed è invocata dalle donne lattanti, dai naufraghi e da chi soffre l'emicrania.
Questa piazza prende il nome, come si è detto, dalla chiesa e dall'annesso convento dell'Ordine dei Domenicani, di cui la Santa è la protettrice; la costruzione della chiesa e del convento fu iniziata nel 1330 per volere di Venezia, moglie di Giorgio Del Carretto di Finale, e di Aleramo ed Emanuele Del Carretto di Mombaldone; solo nel dicembre del 1359 il Papa promulgò una Bolla di conferma per l'edificazione della chiesa e dell'annesso convento.
P.zza del Tribunale Il nome di questa piazza (platea Palacii o Capituli) trae origine dal palazzo ove ha avuto sede il tribunale. Nel trascorrere dei secoli questo palazzo fu dimora dei Del Carretto e loro sede amministrativa, sede dei governatori spagnoli e genovesi; successivamente accolse la sede del Tribunale di Circondario ed ora della Pretura e del Giudice di Pace.
Ricordiamo anche che su questa piazza anticamente si svolgeva il mercato così detto "delle erbe" e che su di essa si affacciava il palazzo sede del centro amministrativo dell'intero marchesato del Finale; al giono d'oggi la piazza viene utilizzata anche per ospitare parte del mercatino dell'antiquariato e degli oggetti antichi.
Str. Beretta
Il nome di questa strada trae origine dall'ingegnere militare milanese Giacomo Gaspare Beretta (morto nel 1703) che la progettò e ne curò la direzione dei lavori di costruzione.
Essa fu costruita appositamente in occasione del passaggio da Finale, nel 1666, della principessa Infanta Margherita Teresa, figlia di Filippo IV° re di Spagna, che andava sposa all'imperatore d'Austria Leopoldo I° d'Asburgo.
Il marchesato di Finale contribuì alle spese di costruzione con tremila seicento giornate di lavoro; la manutenzione del tratto da Finale a Carcare fu affidata a Domenico Giordano, detto "Speranza", mediante il pagamento di cento quaranta scudi all'anno.
La strada, detta anche dell'Imperatrice o Regina, partendo da Piazza del Tribunale, attraversava la porta detta "Mezzaluna", costeggiava Castel S. Giovanni e Castel Gavone e, dopo aver toccato la frazione di Perti, proseguiva dietro l'omonima rocca; da qui raggiungeva le alture di Calice, prima quelle della borgata di Campogrande (dove vi è ancora oggi un terreno chiamato "Fontana della Regina", poiché la tradizione vuole che lì l'Infanta si fermasse per dissetarsi ad una fontana) e poi quelle della frazione di Carbuta; valicava il passo del Giovo, discendeva in Val Bormida e raggiungeva Mallare, Carcare, Cairo, Acqui ed Alessandria; proseguendo nella valle del Po continuava fino a raggiungere il ducato di Milano.
Questa strada, ancora oggi a tratti esistente, diventò ben presto una nuova importante arteria del fiorente commercio finalese e rimase per lungo tempo fonte di discordie tra Finale e Genova, discordie originate dal fatto che Genova riteneva, probabilmente con ragione, che i Del Carretto si sottraevano dall'obbligo di versare a Genova i proventi del monopolio dei traffici commerciali che, attraverso il Finalese, si svolgevano da e per la vicina pianura padana.
Str. della Cappelletta La strada che, partendo dalla strada per Calizzano si inoltra sul fianco della Caprazoppa, lungo l'antico tracciato della strada napoleonica, è intitolata alla Cappelletta, edificata nel 1923 a cura del Padre Scolopio Stefano Sasso, nel luogo ove una grotticella la pietà popolare aveva posto una statuetta della Madonna, regina della pace.
Detta cappella, graziosa e ben conservata, è stata oggetto di venerazione, a suo tempo, da parte del predetto padre Sasso e dei giovani convittori del collegio tenuto dagli Scolopi, imitati in ciò dai fedeli finalborghesi che ancora oggi si ritrovano, una volta all'anno, l'ultimo giorno del mese di maggio, a pregare ed onorare la Regina della Pace con la celebrazione di una Messa da parte di un Padre Scolopio.
Tratto da "Memorie ed immagini sulle vie di Finalborgo, un pretesto per descrivere il nostro burgum e la sua Pubblica Assistenza" Tutti i diritti sono riservati a norma di Legge. Nessuna parte di questo studio può essere divulgata, riprodotta o trasmessa in ogni forma possibile, senza l'autorizzazione scritta del curatore dello studio Giuseppe Berta.
Nota [1]
La cappella a quel tempo era dedicata a S. Francesco.